Amici miei, siamo arrivati al punto in cui per descrivere una tragedia umana non basta più il cuore, serve un master in crittografia. Avete presente l’acronimo MMIWG2SLGBTQQIA+? No, non è la password del mio router e nemmeno una formula di fisica quantistica per spiegare il decadimento dei bosoni. È l’ultima evoluzione del linguaggio “inclusivo” istituzionale canadese e americano per definire le donne, le ragazze e le persone di genere vario appartenenti alle comunità indigene che scompaiono o vengono uccise.
Sia chiaro: il problema è reale, drammatico e statistica alla mano, persino peggiore di quanto ci raccontino. Ma la deriva burocratica sta trasformando il dolore in una collezione di consonanti.
Mentre noi ci arrovelliamo per pronunciare correttamente ogni singola lettera (Two-Spirit, Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Queer, Questioning, Intersex, Asexual… e il “+” per non far torto a nessuno), i numeri continuano a ballare il valzer dell’orrore. In Canada, una donna indigena ha una probabilità di subire violenza fisica o sessuale che è quasi il triplo rispetto a una non indigena. Parliamo di oltre il 60% delle donne di queste comunità.
Ecco il paradosso: le istituzioni spendono miliardi (oltre 12 miliardi di dollari solo in Canada, per la precisione) in piani d’azione, commissioni d’inchiesta e, soprattutto, nella creazione di questi mostri linguistici che dovrebbero “restituire potere e dignità”. Eppure, se provate a chiedere a un funzionario governativo dati precisi e aggiornati, scoprirete che c’è una “critica mancanza di dati disaggregati”. In pratica: sappiamo come chiamarli con precisione chirurgica, ma non sappiamo esattamente dove siano o come salvarli.
È l’ironia suprema della modernità: abbiamo sostituito l’azione con la tassonomia. Creiamo categorie sempre più strette e nomi sempre più lunghi, convinti che nominare il problema in modo esaustivo equivalga a risolverlo. Nel frattempo, la realtà resta lì, brutale e silenziosa, mentre noi aggiungiamo una “Q” o una “I” a un acronimo che ormai è più lungo di una lista della spesa.
Non crediate però che questa “distrazione semantica” sia un’esclusiva d’oltreoceano. Anche qui in Europa, e in particolare nella nostra amata Italia, siamo maestri nel discutere di desinenze e schwa(*) mentre i dati reali ci prendono a schiaffi. Nel 2023, l’Italia ha registrato 120 femminicidi, con una media agghiacciante di una vittima ogni tre giorni. A livello europeo, i dati dell’EIGE (Istituto europeo per l’uguaglianza di genere) confermano che circa il 33% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale dai 15 anni in su. Forse, invece di perdere anni a decidere se una “S” debba stare prima o dopo una “G”, o se scrivere “tutt*” serva davvero a qualcosa, faremmo meglio a concentrarci sul fatto che, in certe zone del mondo e nei nostri stessi viceré, la violenza è un dato strutturale che nessun acronimo, per quanto inclusivo, è mai riuscito a scalfire. Ma capisco, è molto più facile aggiornare un glossario ministeriale che riformare un sistema culturale e giudiziario.
Fonti per approfondire la follia (e la tragedia):
- Dati ufficiali del Governo Canadese sulla crisi MMIWG2S
- Rapporto annuale 2024-2025 sui progressi (o presunti tali) del piano federale
- Statistiche shock sulla violenza contro le donne indigene – CIHR
- EIGE – Indice sull’uguaglianza di genere e dati sulla violenza in Europa
- Ministero dell’Interno Italiano – Report settimanale omicidi e violenza di genere
(*) Lo schwa (o sceva) è un simbolo dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA), graficamente simile a una “e” rovesciata: /ə/.
In linguistica rappresenta una vocale “media” o “indistinta”. Immagina un suono neutro, senza una posizione precisa delle labbra o della lingua, molto simile alla “a” finale nella parola inglese about o alla pronuncia napoletana della vocale finale in parole come mammà (quando non viene accentata).
Perché se ne parla tanto?
Negli ultimi anni, lo schwa è uscito dai manuali di fonetica per diventare il protagonista di un acceso dibattito sociolinguistico in Italia:
- Inclusività e Genere: Viene proposto come soluzione per superare il cosiddetto “maschile sovraesteso” (l’uso del maschile per gruppi misti). L’idea è quella di usarlo come desinenza neutra: invece di scrivere “Ciao a tutti” o “Ciao a tutte”, si userebbe “Ciao a tuttə”.
- Neutralità: A differenza dell’asterisco (tutt*) o della “u” (tuttu), lo schwa ha il vantaggio — teorico — di avere un suono pronunciabile e di essere un simbolo già esistente nel sistema fonetico universale.
Il dibattito in corso
Come puoi immaginare, la questione divide l’opinione pubblica:
- I sostenitori: Ritengono che la lingua debba evolversi per riflettere una società più inclusiva e rispettosa delle identità non binarie.
- I critici (e l’Accademia della Crusca): Sostengono che lo schwa sia estraneo alla struttura morfologica dell’italiano, che sia difficile da leggere (specialmente per i dislessici) e che una riforma linguistica “dall’alto” sia artificiale e poco pratica.
In breve: è un piccolo simbolo fonetico diventato una grande bandiera (o un grande bersaglio) politica e culturale.
Carlo Makhloufi Donelli
Nato a Villerupt (F) il 12.02.1956 – Studioso e Ricercatore in fisica quantistica applicata a biologia molecolare e neuroimmunologia – Membro del board di ricerca scientifica di diverse organizzazioni nazionali ed internazionali – Ideatore e Coordinatore del progetto EDIPO «Eliminazione isole di plastica oceaniche»












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