I POTERI DELLO STATO

da | Lug 4, 2023 | Attualità, In Evidenza | 0 commenti

Per capire l’origine della crisi in atto, dobbiamo necessariamente fare un salto nel secolo scorso, l’epoca dell’indiscutibile primato della politica. Nel confronto con il tempo attuale, nelle nostre società occidentali globalizzate e deideologizzate, quella nobile arte, o se volete scienza, che si riconosce con il nome politica, ha perso la sua centralità.

Oggi la politica è fagocitata dall’appiattimento sulla gestione, la governance, che se non accompagnata da una visione della società, da un progetto da realizzare, si trasforma in potere tecnocratico e toglie alla politica ogni valore di elemento che articola la società e media i conflitti. Il conflitto smette di essere riconosciuto e viene spinto fuori dalla via legale-istituzionale: questo è, a mio parere, il principale motivo di allontanamento del popolo dalla politica.

I partiti continuano a ignorare questa deriva, si arroccano e si accontentano di contendersi il potere residuale, espressione di un riconoscimento elettorale marginale, ma soprattutto della concessione di altri poteri che hanno preso il sopravvento. Nel nostro sistema nazionale, la Magistratura ha avuto un ruolo fondamentale in questo processo di delegittimazione della politica, tanto che, per esempio, oggi non è un problema nemmeno per il direttore dell’Unità riconoscere che Berlusconi fu perseguitato dai giudici. Una sorta di “golpe bianco” teso a cambiare i rapporti di forza, finendo con l’indebolire proprio la politica.

La nostra giovane Repubblica, nata tumultuosamente dopo il referendum, sotto il peso delle macerie della guerra e con il bisogno di riproporsi in modo rinnovato sulla scena internazionale, doveva necessariamente darsi un impianto costituzionale di massima affidabilità. I padri costituenti si sforzarono di mettere su un impianto Paese che potesse contemporaneamente rassicurare i nuovi alleati internazionali e al tempo stesso dare sicurezza e prospettiva al Paese, ma soprattutto riconoscesse il primato alla politica sulle scelte gestionali, con grande soddisfazione di tutti i partiti.

La divisione dei poteri, costituzionalmente garantita, avrebbe dovuto assicurare democrazia e partecipazione attraverso il potere legislativo, governabilità con il potere esecutivo e legalità con il potere giudiziario.

Tre poteri separati, concepiti e organizzati per il benessere generale. Questo impianto ha funzionato (al netto di qualche tentativo di golpe tra gli anni Sessanta e Settanta) fino alla fine degli anni Ottanta, quando la politica iniziava a cedere terreno di fronte all’emergere della propaganda-spettacolo e dei personalismi, mentre le ideologie sembravano finire nella pattumiera della Storia.

In quel clima, alla sinistra italiana non parve vero di potersi sbarazzare degli avversari per via giudiziaria, altrimenti invincibili, e plaudiva alla crescente tendenza di un settore della magistratura a ricorrere a forme di giustizia emergenziale e, in definitiva, sommaria. Un desiderio ingenuo, oserei dire sciocco, per il semplice motivo che l’accettazione di questa specie di “superpoteri” gli si è poi ritorta contro, mentre il Paese è caduto in una spirale di scetticismo e di sfiducia nell’imparzialità della giustizia, travolta (prima di tutto nella percezione popolare diffusa) in un’opaca commistione con altri poteri quasi mai disinteressati.

Perché, naturalmente, la partita non si è giocata solo tra poteri costituiti e istituzionali, e un ruolo importante l’ha giocato il cosiddetto “quarto potere”, quella mediatico, non è casuale che gruppi d’interesse abbiano mirato e mirino con sempre maggior spregiudicatezza a controllare i mezzi di comunicazione, unica vera grande arma nelle mani del potere.

In questo triste quadro generale, restava ancora in piedi una forma di garanzia democratica attraverso un reale contropotere, il Sindacato. Il grande Giuseppe Di Vittorio, conscio del reale peso del mondo del lavoro in un’economia moderna, persuase i suoi colleghi all’unità sindacale.

Una forza unica, coesa e legata da comuni interessi: lavoro, diritti, prosperità, pace.

Purtroppo quell’equilibrio quasi miracoloso durò poco, perché gli interessi di bottega (o “Botteghe oscure”) prevalsero su quelli collettivi, e l’unità sindacale andò a farsi benedire. La frammentazione anche del mondo sindacale piegato alla prima regola del potere ‘divide et impera’ ha segnato inesorabilmente il destino di questo preziosissimo contropotere.

Oggi ci ritroviamo con una galassia di sigle al cui vertice campeggia un simulacro dell’idea di Sindacato, mentre alla base una miriade di piccole sigle si contendono le briciole del banchetto. Quasi ai margini di questa enorme quanto ininfluente galassia, da alcuni anni si è distinta la FISI (Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali ), guidata dal segretario generale Rolando Scotillo.

Fin dagli albori della bizzarra gestione pandemica, la FISI ha rappresentato un porto sicuro per migliaia di lavoratori che venivano continuamente ricattati per spingerli a obbedire a un obbligo vaccinale mascherato, perché, come è noto, non imposto formalmente ma de facto attraverso un intollerabile ricatto che comportava in caso di rifiuto l’esclusione sociale e la sospensione (si ricordi: a stipendio zero!) dall’impiego.

Ma al di à di ciò, su un piano più generale, il merito di FISI è stato quello di aver lasciato allo scoperto la subordinazione di tutti i sindacati ai partiti e al Governo. Non è mia intenzione dunque, entrare in questa sede nel merito della legittimità di certe misure, sento invece il dovere di parlare di questo vuoto sindacale.

Per decenni il sindacato, forte del sostegno dei lavoratori, ha sempre sostenuto il binomio indissolubile di dignità e lavoro, ma all’improvviso, come per incanto, la parola dignità è scomparsa dal lessico sindacale.

Come si fa a restare inerti e anzi spesso a essere complici di chi mette in atto un sopruso? Come si fa a girare le spalle a chi ti ha dato fiducia? Interrogativi che pesano come macigni sul sindacato e che pretendono risposte.

In buona sostanza, i sindacati tradizionali terranno ancora per un po’, ma inesorabilmente crolleranno sotto il peso del tradimento e della menzogna.

Oggi ogni lavoratore è chiamato a interrogarsi sulla funzione e il senso del sindacato e a riflettere se il suo sindacato risponde e ha risposto alle aspettative e alla missione originaria, perché è chiaro che se oggi diritti acquisiti con anni di lotte sono stati cancellati la colpa non può certo essere dei lavoratori.

Oggi i partiti al governo sono per antonomasia quelli più lontani dalle problematiche dei lavoratori, ma piuttosto che chiedersi oziosamente se è un governo è più  meno “fascista”, chiediamoci chi è che ha tradito i lavoratori e traiamone le dovute conseguenze politiche.

Il ritorno della politica sarà anche il riscatto del Sindacato.

 

Ciro Silvestri

 

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