C’è una favola che ci viene raccontata fin dalla culla istituzionale: quella secondo cui, nelle cosiddette democrazie moderne, il timone sia saldamente nelle mani del “popolo sovrano”. È una narrazione consolatoria, un placebo civico che serve a farci sentire parte di un gioco le cui regole, in realtà, sono scritte altrove.
Chiunque abbia analizzato con un minimo di rigore sistemico le dinamiche del potere sa bene che le istituzioni politiche, da che mondo è mondo, sono dominate da élite. Che si tratti di monarchie assolute, principati rinascimentali o democrazie elettorali infarcite di retorica costituzionale, a tirare le fila è sempre una minoranza che eccelle nell’esercizio e nel mantenimento della coercizione.
A ricordarcelo oltre un secolo fa fu Vilfredo Pareto con la sua teoria della circolazione delle élite: l’appartenenza a una classe dirigente non implica alcuna presunta superiorità morale o intellettuale, ma soltanto una spiccata maestria tecnica nel proprio settore. Nel caso della casta politica, tale abilità non coincide con la ricerca del bene comune, bensì con la capacità chirurgica di conquistare e conservare la leva del comando, manipolando il consenso o stringendo accordi di convenienza con lobby e comitati d’affari.
Il paradosso più grottesco dei nostri tempi risiede però nella sistematica confusione tra élite economica reale ed élite dominante di regime.
In un mercato autenticamente aperto, l’eccellenza economica è misurata dalla capacità di innovare, produrre e rispondere alle reali esigenze della collettività mediante transazioni libere e volontarie. In questo scenario, chi ottiene successo lo fa creando ricchezza tangibile a beneficio dell’intero tessuto sociale.
Al contrario, all’interno di un sistema economico iper-regolamentato e dirigista, assistiamo alla metamorfosi di questa classe in un’oligarchia parassitaria: il cosiddetto capitalismo clientelare (crony capitalism). I campioni di questo modello non emergono per merito imprenditoriale, ma per la loro abilità nel banchettare alla tavola delle commesse statali, dei salvataggi pubblici con denaro dei contribuenti e dei sussidi a fondo perduto. Non competono per convincere i cittadini, ma per farsi blindare dai decisori politici.
Quando le grandi banche d’investimento e i colossi industriali vengono salvati dal fallimento con i soldi pubblici, mentre l’imprenditore laborioso o il cittadino comune subiscono l’inflazione e la stretta fiscale, non siamo in presenza di un mercato: siamo di fronte a una colossale redistribuzione regressiva della ricchezza, gestita da un manipolo di cortigiani travestiti da capitani d’azienda.
Le vere élite di una civiltà sono quelle che cooperano, costruiscono e si guadagnano la stima attraverso il valore reale scambiato liberamente. Chi invece accumula influenza e fortune sfruttando il leviatano statale per depredare il lavoro altrui non è un’élite: è soltanto un opportunista munito di lasciapassare ministeriale.
Carlo Makhloufi Donelli
Nato a Villerupt (F) il 12.02.1956 – Studioso e Ricercatore in fisica quantistica applicata a biologia molecolare e neuroimmunologia – Membro del board di ricerca scientifica di diverse organizzazioni nazionali ed internazionali – Ideatore e Coordinatore del progetto EDIPO «Eliminazione isole di plastica oceaniche» – Telegram: https://t.me/cdonelli – Youtube: https://www.youtube.com/@cdonelli
Fonti e approfondimenti
- Teoria delle élite e sociologia politica di Vilfredo Pareto: Analisi sul concetto di aristocrazia di fatto, circolazione delle élite e distinzione tra governanti e governati: Wikipedia – Circulation of Elites | Sociology Institute – Elite Theory and Social Conflict
- Interventismo, salvataggi bancari e capitalismo clientelare (Crony Capitalism): Studi accademici e saggi sui meccanismi di collusione distributiva tra burocrazia politica ed élite sussidiate: Cambridge University Press – Elites and the Causes and Consequences of Democracy | Redalyc – The pros and cons of rent-seeking: Political rent in research














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