PESARO, 3 OTTOBRE 2026 – CONSIGLIO NAZIONALE FISI

da | Ott 12, 2026 | In Evidenza | 0 commenti

Si è svolto il 3 ottobre a Pesaro, il Consiglio nazionale annuale in presenza del Sindacato FISI.

Mission, politica, azione e l’uomo prima di tutto, nella la relazione finale del Segretario Generale Ciro Silvestri.
A seguire il servizio di Fisi Channel che raccoglie alcune testimonianze di Segretari e Commissari presenti.

 

La relazione annuale dovrebbe raccontare ciò che abbiamo fatto, le vertenze che abbiamo seguito, le iniziative che abbiamo promosso, le difficoltà che abbiamo incontrato e i risultati che siamo riusciti a raggiungere. E ovviamente lo faremo.

Credo però che, arrivati a questo punto del nostro percorso, limitarsi a un elenco di attività sarebbe insufficiente, perché esiste una domanda molto più difficile che dobbiamo avere il coraggio di porci: il tempo che abbiamo avuto è stato sufficiente per capire se questo è davvero il nostro impegno?

Io credo proprio di sì.

Abbiamo avuto tempo sufficiente per conoscerci, per comprendere le difficoltà, per misurare la fatica necessaria, per capire cosa significhi realmente costruire un’organizzazione sindacale.

Abbiamo avuto anche il tempo per sbagliare e Dio solo sa quanto abbiamo sbagliato.

Abbiamo avuto abbastanza tempo per comprendere che alcune cose che avremmo dovuto fare non le abbiamo fatte; altre non abbiamo saputo farle; altre ancora, forse, non abbiamo voluto farle fino in fondo.

Ora, voi sapete che il mandato della segreteria dura quattro anni e, avendo eletto la segreteria nel 2023, quello che ci accingiamo a vivere è l’ultimo anno di questa fase e, proprio per questo, l’ultimo anno che abbiamo davanti deve avere un significato particolare.

Deve essere l’anno nel quale proviamo a correggere tutto ciò che non abbiamo voluto o saputo fare. Non per rincorrere affannosamente un risultato numerico e neppure per salvaguardare ruoli e posizioni, ma perché ormai sappiamo quale dovrebbe essere la FISI che vogliamo costruire.

Il tempo delle intenzioni deve lasciare spazio al tempo della responsabilità. Il nostro deve diventare un lavoro instancabile. Dobbiamo cercare continuamente nuovi referenti, entrare nei luoghi di lavoro nei quali ancora non siamo presenti, incontrare persone, spiegare e divulgare gli strumenti che abbiamo costruito, raccontare le battaglie concrete che sosteniamo. Troppo spesso abbiamo fatto cose importanti senza essere capaci di raccontarle e, altre volte, abbiamo aspettato che le persone arrivassero a noi invece di essere noi ad andare verso di loro.

I lavoratori, più che sfiduciati, sono rassegnati e basta veramente poco per riaccendere il loro entusiasmo ed il primo modo per farlo è infondere fiducia, incoraggiarli a difendere i propri diritti.

Un sindacato non può aspettare. Un sindacato deve cercare: i problemi, le persone, le competenze, nuovi rappresentanti, i luoghi nei quali la dignità del lavoro ha bisogno di essere difesa.

Ogni dirigente nazionale, territoriale e di categoria dovrebbe sentirsi impegnato in questa ricerca. Non possiamo limitarci ad amministrare ciò che già esiste. Dobbiamo costruire ciò che ancora non esiste.

Sulla capacità di raccontare, poi, voglio spendere qualche parola.

Ci siamo dotati di una testata giornalistica che è curata da nostri dirigenti e che produce in continuazione contenuti di qualità, che però hanno difficoltà a raggiungere un gran numero di persone.

Questo però non è il lavoro dei soli componenti della redazione: è il lavoro di tutti. Ma, perdonatemi se ve lo dico con molta franchezza, siete i primi a non condividere sui social, limitandovi al massimo a mettere un like.

Nel corso di quest’ultimo anno si terranno i congressi territoriali, così come previsto dallo statuto.ai quali parteciperò personalmente.

Vi anticipo anche che il prossimo consiglio in presenza, coiciderà con il congresso e si terrà a Napoli tra fine 2027 e inizi 2028.

Saranno un momento fondamentale, perché non dovranno rappresentare un semplice adempimento statutario. Saranno la fotografia della nostra reale consistenza. Ci diranno dove siamo realmente presenti, dove esistono comunità vive, dove ci sono uomini e donne che lavorano, dove esiste rappresentanza. Ma ci diranno anche dove abbiamo soltanto immaginato di esserci.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare quella fotografia senza correggerla artificialmente.

Lo dico con grande chiarezza: non ho alcun interesse, né provo alcun piacere, nel mantenere caselle occupate alle quali non corrisponda una reale attività. Un nome scritto su un organigramma non costruisce un sindacato. Una nomina non crea automaticamente un dirigente. Un territorio esiste se qualcuno lo vive, lo organizza, incontra i lavoratori, costruisce relazioni, apre vertenze, cerca iscritti, forma nuovi rappresentanti.

La crisi determinata dalla scissione che abbiamo vissuto dopo la dipartita di Scotillo appartiene ormai al passato, nonostante siano ancora diverse le vertenze aperte, che però riguardano più il nostro ufficio legale che la nostra attività. Abbiamo attraversato quella fase con fatica, ma l’abbiamo anche superata.

Adesso non possiamo più utilizzare l’emergenza come giustificazione delle nostre debolezze, e neanche l’incertezza del futuro può esserlo.

Questo è uno dei motivi per cui non allargherò la Segreteria Nazionale per riempire spazi o gratificare persone. La Segreteria deve essere composta da persone che lavorano, propongono, assumono responsabilità e producono attività. Allo stesso modo, saranno ritirate quelle nomine commissariali che sono rimaste soltanto sulla carta. Non è una punizione. È una questione di verità.

Voglio un sindacato vivo, riconoscibile, generoso e disponibile, ma so che lo volete anche voi. Ed allora è meglio una struttura più piccola ma reale che una grande organizzazione disegnata soltanto sulla carta.

Questa verifica, naturalmente, non può riguardare soltanto gli altri. Riguarda innanzitutto me. Anzi, probabilmente il mio ruolo deve essere messo in discussione più di tutti gli altri ruoli. Chi assume la responsabilità maggiore deve accettare anche la parte maggiore della verifica. Se avessi lavorato meglio, se fossi riuscito a coinvolgere di più, a organizzare meglio, a comunicare meglio, a trasformare più efficacemente le idee in struttura, probabilmente oggi avremmo più frutti. Non avrebbe senso chiedere agli altri di interrogarsi sul proprio contributo se io per primo non fossi disposto a farlo. Ma mettere in discussione il proprio operato non significa rinunciare. Significa domandarsi cosa possiamo ancora correggere.

Abbiamo un anno per farlo.

Un anno vero, di lavoro e non di attesa della prossima scadenza congressuale.

Io personalmente utilizzerò quest’anno proprio per decidere quale sarà il mio ruolo nel sindacato e se è ancora utile e vantaggioso che sia io a rappresentarlo.

Come potete immaginare, un sindacato come il nostro viene continuamente sollecitato su questioni che vanno oltre la tradizionale attività sindacale: sanità, scienza, tecnologia, bioetica, diritto, Costituzione, economia, finanza pubblica, previdenza, politiche sociali.

Tutte questioni che obbligano il sindacato a porsi domande e a trovare risposte. Ma, unitamente a ciò, abbiamo sentito la necessità di rispondere a una domanda più grande: qual è la nostra idea di Paese? È da questa domanda che, insieme agli amici di sempre e attraverso un lavoro lungo e impegnativo di confronto, è nata «Un’Agenda per il Paese».

Non abbiamo voluto scrivere un programma elettorale. Non siamo un partito e non intendiamo diventarlo.

Abbiamo provato a mettere insieme la nostra visione del lavoro, dell’economia, della sanità, della scuola, della giustizia sociale, dei diritti, della libertà, della partecipazione, della pace e, in definitiva, dell’uomo e della vita. È stato uno sforzo enorme. È abbastanza semplice dire ciò che non funziona; molto più difficile è provare a dire quale società vorremmo al suo posto. È facile riconoscersi in un disagio, molto più difficile trasformarlo in una visione. È proprio questo che abbiamo cercato di fare con l’Agenda, senza pretendere di avere scritto qualcosa di definitivo o di possedere soluzioni per ogni problema. Abbiamo assunto la responsabilità di dire da quale parte guardiamo il mondo e attraverso quali principi vorremmo contribuire a cambiarlo.

Devo confessarvi che mi è dispiaciuto che questo lavoro non abbia suscitato all’interno del nostro sindacato l’interesse meritato.

Lo dico senza spirito polemico e senza voler rimproverare nessuno, perché considero questo un problema sul quale dobbiamo riflettere. L’Agenda ha trovato attenzione e apprezzamento in ambienti diversi dal nostro, mentre proprio noi, che avremmo dovuto sentirla come uno strumento per riconoscerci, discutere e formarci, forse non siamo riusciti a comprenderne fino in fondo il valore.

Non possiamo raccontare agli altri una visione che prima non è diventata chiara a noi stessi. Non possiamo chiedere a qualcuno di riconoscersi nella FISI se noi per primi non sappiamo spiegare, oltre alle vertenze che conduciamo e ai servizi che offriamo, quale idea di società rappresentiamo. Vorrei che «Un’Agenda per il Paese» venisse ripresa: letta, discussa, criticata se necessario, migliorata, aggiornata e soprattutto conosciuta.

Deve essere uno strumento vivo.

La difesa di un lavoratore, la battaglia per una sanità accessibile, la difesa della scuola, la tutela delle pensioni, i salari dignitosi, la partecipazione democratica, le libertà e il rifiuto della guerra non sono questioni separate. Sono parti della stessa idea di società.

L’Agenda nasce dal tentativo di ricomporle in una visione comune. Senza quell’orizzonte ogni vertenza rischia di diventare un episodio isolato; con un orizzonte anche la più piccola battaglia acquista un significato più grande.

Proprio il lavoro fatto sull’Agenda ci ha fatto comprendere anche un limite: una visione, per quanto forte, deve essere continuamente studiata, verificata e confrontata con una realtà che cambia. Non possiamo affrontare questioni scientifiche, giuridiche, etiche ed economiche improvvisando una posizione sulla spinta delle pressioni del momento. Non possiamo essere esperti di tutto e non dobbiamo fingere di esserlo.

Dobbiamo circondarci di persone competenti, capaci di mettere le proprie conoscenze al servizio di un progetto comune.

È anche da questa consapevolezza che nasce la scelta di dare vita alle tre aree di studio, approfondimento e supporto che oggi abbiamo a disposizione nel sindacato.

Il Comitato Tecnico Scientifico, CTS, che abbiamo affidato alla cura di Leonardo Guerra, nasce per offrire alla FISI un luogo stabile di studio e confronto sulle questioni scientifiche, sanitarie e tecnologiche che hanno conseguenze sul lavoro, sulla salute, sulla sicurezza e sui diritti delle persone. Il suo compito non è sostituire la politica sindacale né costruire una nostra «scienza». Dobbiamo mettere la conoscenza a disposizione delle decisioni: studiare, verificare, confrontare dati e posizioni, distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo.

Il CTS deve aiutarci a trasformare la domanda in approfondimento e l’approfondimento in consapevolezza.

Abbiamo poi affidato il Coordinamento Etico-Giuridico al professor Carlo Iannello. La scelta nasce dalla consapevolezza che non tutto ciò che è possibile è necessariamente giusto e che la conformità a una norma non esaurisce la domanda sulla giustizia. Il diritto del lavoro, i diritti costituzionali, la dignità della persona, le libertà, la rappresentanza, la partecipazione democratica e le trasformazioni tecnologiche richiedono uno spazio permanente di riflessione. Il Coordinamento deve aiutarci a leggere i problemi attraverso le norme e i principi che dovrebbero ispirarle, a comprendere la distanza tra legalità formale, giustizia sostanziale e tutela dell’interesse pubblico. Deve mantenere viva una domanda: ciò che stiamo facendo tutela davvero la dignità dell’uomo e l’interesse della comunità?

Abbiamo infine affidato il Coordinamento Economico-Finanziario a Guido Grossi, autore della proposta di politica economica che abbiamo fatto nostra e che ci accingiamo a presentare e far conoscere ai gruppi politici.

Se riteniamo di avere elaborato proposte utili al Paese, abbiamo il dovere di portarle nei luoghi nei quali si assumono le decisioni e metterle a disposizione del confronto pubblico.

Salari, pensioni, fiscalità, costo della vita, energia, sanità, scuola, spesa pubblica, politiche industriali e debito sono le condizioni materiali nelle quali vivono milioni di lavoratori e famiglie. Il Coordinamento dovrà aiutarci a comprendere i meccanismi, leggere i numeri, valutare le conseguenze delle scelte e formulare proposte: trasformare la protesta in capacità di analisi e la capacità di analisi in proposta.

Leonardo Guerra, Carlo Iannello, Guido Grossi e tutti gli altri componenti hanno competenze, percorsi ed esperienze differenti. A loro non abbiamo chiesto di pensare al posto nostro. Abbiamo chiesto qualcosa di molto più importante: di aiutarci a pensare meglio. Hanno deciso di mettere una parte della loro professionalità, della loro esperienza e del loro tempo al servizio del sindacato. Non lasciamoli soli.

Interpelliamoli, confrontiamoci con loro, portiamo loro problemi e domande; facciamo conoscere queste competenze ai nostri dirigenti, iscritti e referenti territoriali.

Il loro lavoro appartiene alla FISI.

Non abbiamo creato tre nuovi organismi per appesantire l’organigramma. Abbiamo costruito tre strumenti per dare profondità, competenza e continuità alla visione tracciata con «Un’Agenda per il Paese». L’Agenda indica l’orizzonte. Le competenze ci aiutano a comprendere la strada.

Ora sarebbe logico parlare di noi e del nostro ruolo, ma permettetemi di spendere qualche parola sulla situazione politica che è un’altra questione molto divisiva e che rischia di portare tensioni esterne nel sindacato.

La questione politica generale è semplicemente drammatica e l’immaturità politica del nostro mondo ancora troppo grande.

Nel 2022 abbiamo perso una grande occasione di dare una rappresentanza politica ad una grande fetta di società che si sentiva esclusa ed abbandonata. Protagonismo, egoismo, mancanza di visione ci hanno impedito di portare la nostra voce nelle istituzioni. Oggi siamo alla vigilia di un’altra scadenza e le informazioni che ci arrivano sono disastrose. Come saprete, abbiamo interlocuzioni con tutte le forze, ma in tutte alberga la tentazione di utilizzare il sindacato come cinghia di trasmissione di un partito.

Noi non ci stiamo. Rivendichiamo per il sindacato un ruolo autonomo capace di sostenere confronti costruttivi nell’interesse del Paese.

Ci siamo proposti anche per essere garanti in un processo di aggregazione sulle battaglie sociali da promuovere, ma probabilmente i nostri interlocutori ancora non hanno sviluppato una maturazione tale da poter vedere il sindacato come il luogo sociale di sviluppo dell’impegno politico.

Non farò nomi né riferimenti a nessun leader, perché mi guardo bene dall’alimentare inutili polemiche, ma con molta franchezza vi dico che non inseguiremo nessuna chimera. Di qui a poche settimane i partiti andranno in fibrillazione per diversi motivi. Non lasciamoci coinvolgere e teniamo la barra dritta.

Con altrettanta chiarezza dico subito: tutte le aspirazioni politiche sono legittime, ma ricordiamoci che sono incompatibili con i ruoli sindacali e, di conseguenza, chi intende dare la propria disponibilità a qualche partito deve necessariamente dimettersi da incarichi sindacali.

Ora però torniamo a noi. Da una parte abbiamo i tre coordinamenti che diventeranno la nostra voce tematica; probabilmente avremo qualcuno che sceglierà l’impegno politico e poi ci siamo noi.

Gli esperti possono studiare, approfondire, verificare, proporre, ma poi a noi spetta trasformare quella conoscenza in presenza.

Il nostro ruolo è stare nei luoghi nei quali accadono le cose, essere accanto alle persone, raccogliere i problemi, organizzare le risposte, costruire partecipazione, aprire vertenze e prendere posizione quando riteniamo che un diritto venga violato.

Il nostro è, in questo senso, il ruolo del combattente. Noi intercettiamo con largo anticipo le istanze sociali che poi la politica è chiamata ad affrontare. Questo non significa cercare nemici, urlare più forte degli altri o trasformare ogni differenza in uno scontro. Il combattente che immagino è qualcuno che non abbandona il proprio posto, che studia prima di parlare, ascolta prima di giudicare, resiste quando sarebbe più comodo arrendersi, non lascia solo chi gli ha chiesto aiuto e non misura la giustezza di una battaglia dal vantaggio personale.

Dobbiamo diventare un presidio permanente di giustizia e di verità.

Non perché pensiamo di possedere la verità, ma perché abbiamo il dovere di cercarla, anche quando mette in discussione noi stessi.

Ed è qui che il bilancio di un anno incontra qualcosa di più grande. Il punto non è soltanto ciò che abbiamo fatto.

Il punto è ciò che siamo, anche quando le nostre azioni non sono all’altezza delle nostre intenzioni. Siamo la distanza, qualche volta dolorosa, tra quello che siamo riusciti a costruire e quello che sentiamo di poter ancora diventare. Forse questa inquietudine è la parte più autentica del nostro cammino: significa che non ci siamo accontentati.

Non vogliamo semplicemente un sindacato più grande.

Vogliamo contribuire a costruire un modo diverso di stare insieme: un luogo nel quale la persona venga prima dell’organizzazione, la dignità prima della convenienza, la libertà prima dell’obbedienza, la responsabilità prima della delega, la solidarietà prima dell’interesse, la pace prima della forza, la comunità prima dell’individualismo.

E l’uomo prima di tutto.

Per questo la FISI, per me, non può essere soltanto un sindacato. Deve essere una testimonianza: che si può essere liberi senza diventare soli, dissentire senza odiare, essere forti senza schiacciare nessuno, rappresentare qualcuno senza possederne la voce, esercitare responsabilità senza trasformarla in potere. Una comunità nella quale nessuno sia indispensabile, ma ciascuno sia importante.

Il mondo nuovo ha bisogno di uomini e donne liberi, responsabili e solidali. Persone capaci di custodire l’altro senza rinunciare a sé stesse, di indignarsi ma anche di costruire, di dubitare senza rinunciare ai propri valori, di ascoltare senza necessariamente obbedire. Persone che non aspettino sempre che sia qualcun altro a cominciare.

Non dobbiamo fare qualcosa per la FISI. Dobbiamo provare, insieme, a essere la FISI: nella nostra città, nel nostro posto di lavoro, davanti a una persona che chiede aiuto, quando bisogna prendere una posizione scomoda, quando sarebbe più semplice tacere, quando nessuno ci vede e nessuno potrà ringraziarci.

Quest’ultimo anno non può essere l’anno nel quale aspettiamo il congresso.

Deve essere l’anno nel quale arriviamo al congresso: dopo aver cercato persone nuove, aperto territori nuovi, raccontato le nostre battaglie, fatto conoscere gli strumenti che possediamo, utilizzato le competenze costruite, corretto ciò che potevamo correggere e verificato chi c’è davvero.

Ciascuno deve avere la possibilità di dimostrare, con i fatti, quale parte vuole avere in questa storia.

Non so quale fotografia ci restituiranno i congressi territoriali. Ma voglio che sia una fotografia vera.

Non so neppure quanto diventeremo grandi.

La domanda che rivolgo a ciascuno di voi, e prima di tutti a me stesso, è questa: saremo capaci, nell’anno che abbiamo davanti, di diventare un poco di più ciò che diciamo di essere?

Io credo che valga la pena provarci. Con i nostri limiti, le nostre differenze, le nostre contraddizioni e le nostre cadute. Ma insieme. La nostra responsabilità è consegnare a chi verrà dopo di noi una FISI più vera: viva, riconoscibile, generosa, disponibile, libera, competente, presente. Una FISI nella quale nessuno occupi semplicemente una casella, ma ciascuno senta di presidiare un pezzo di comunità. Una FISI capace di essere CASA per chi cerca tutela e presidio per chi chiede giustizia. Una FISI fatta di alleati umani e testimoni attivi.

Il mondo nuovo di cui parliamo non nascerà improvvisamente un giorno. Comincia ogni volta che uno di noi decide di viverlo. Abbiamo ancora un anno per cercare, costruire, correggere e dimostrare, prima di tutto a noi stessi, quanto siamo disposti a crederci.

C’è un’ultima questione che vorrei chiarire che più che rivolta al consiglio, è rivolta all’esterno. La fibrillazione politica per le imminenti elezioni, ha fatto sì che più di un soggetto politico, si chiedesse quale vuole essere il ruolo di FISI. Spero di chiarirlo così sinteticamente: La FISI non vuole sostituirsi ai partiti, nè diventare un apparato. Vuole essere uno strumento libero dei lavoratori e delle persone: capace di difendere il lavoro, ma anche di restituire voce e partecipazione a chi oggi fatica a incidere sulla vita del Paese. Il nostro compito non è soltanto denunciare ciò che non va: è aiutare le persone ad organizzarsi e trasformare I bisogni in diritti, la protesta in proposta, la partecipazione in cambiamento.

In sintesi, FISI vuole difendere il lavoro, restituire voce alle persone, riaprire alla partecipazione la vita del Paese.

Ciro Silvestri

 

 

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