Ricordate la primavera del 2020? Quel periodo idilliaco in cui ci veniva promesso che sarebbero bastati “quindici giorni per piegare la curva” dell’epidemia? I quindici giorni si sono trasformati in mesi, i mesi in anni, e i protocolli di emergenza consolidati da decenni di epidemiologia sono stati buttati nel cestino con la stessa fretta con cui si nasconde la polvere sotto il tappeto. Al loro posto, abbiamo assistito all’importazione in blocco del “modello cinese”: confinamenti draconiani, mascherine all’aperto persino sulle vette alpine e lasciapassare verdi degni del peggior sistema a crediti sociali.
C’era però un piccolo villaggio gallico (o meglio, vichingo) che rifiutava ostinatamente di piegarsi al dogma globale dei lockdown: la Svezia.
Mentre i nostri “esperti” da talk-show profetizzavano l’apocalisse nelle strade di Stoccolma e persino illustri colleghi oltreoceano – come l’onnipresente Anthony Fauci – versavano lacrime di coccodrillo avvertendo che “la Svezia si trovava in guai seri”, gli svedesi mantenevano la calma. Nessuna chiusura forzata di scuole e negozi, nessuna multa ai passanti solitari. Solo raccomandazioni volontarie e buon senso.
Oggi, la fredda matematica dei numeri ha finalmente completato il suo lavoro di pulizia, togliendo l’ossigeno alle narrazioni terroristiche.
Il verdetto della mortalità in eccesso
Per valutare l’impatto reale di una crisi sanitaria senza i filtri di test parziali, tamponi fantasma o definizioni di comodo di “morte con o per Covid”, esiste un solo indicatore scientificamente solido: l’eccesso di mortalità cumulativo per ogni causa.
Un rigoroso studio scientifico pubblicato sul portale istituzionale PubMed (National Institutes of Health) analizza dettagliatamente i dati svedesi a confronto con 41 partner europei dal gennaio 2020 al dicembre 2022.
Mentre la Svezia veniva indicata al pubblico ludibrio come l’untore d’Europa, i dati finali rivelano una realtà imbarazzante per i sostenitori delle chiusure forzate:
- Svezia: Eccesso di mortalità complessivo pari a 158 decessi ogni 100.000 abitanti (collocandosi al 37° posto su 42 Paesi esaminati – ovvero tra i più bassi in assoluto).
- Media Europea: Il valore mediano registrato nel continente si attesta a ben 351 decessi ogni 100.000 abitanti, con punte disastrose che superano i 1.000 decessi in Europa dell’Est.
- La finta superiorità dei vicini: Anche il tanto sbandierato confronto con i vicini scandinavi (Finlandia a 228, Danimarca a 97, Norvegia a 129) dimostra che l’approccio svedese ha generato risultati assolutamente sovrapponibili a chi ha applicato restrizioni più severe, senza però distruggere l’economia, l’istruzione scolastica e la salute mentale dei propri cittadini.
L’inutilità del pugno di ferro

Il vero capolavoro analitico emerge incrociando l’indice di severità delle restrizioni statali (il cosiddetto Stringency Index) con l’effettivo eccesso di mortalità. L’indice di correlazione statistica () tra le due variabili è pari ad appena 0,14 (dove 1 rappresenta una relazione perfetta e 0 l’assoluta casualità). In termini non scientifici: l’imposizione di restrizioni più severe ha avuto un impatto pratico vicino allo zero sulla riduzione della mortalità cumulativa.
Paesi come l’Italia e la Spagna, che hanno imposto ai propri cittadini confinamenti quasi medievali e stringenti controlli di polizia, si sono ritrovati tristemente ai vertici continentali per eccesso di mortalità (rispettivamente 451 e 332 decessi per 100.000 abitanti). Al contrario, la Germania, che ha mantenuto l’obbligo di mascherine FFP2 in contesti pubblici per mesi e mesi, ha registrato un eccesso di 241 decessi per 100.000 abitanti, nettamente superiore a quello svedese.
Un silenzio che fa rumore
Perché di tutto questo non si parla nei canali ufficiali? La risposta è di una semplicità disarmante: ammettere l’efficacia del modello svedese richiederebbe un livello di umiltà, onestà intellettuale e assunzione di responsabilità che l’establishment politico-sanitario non può semplicemente permettersi. Molto meglio fingere che i dati scientifici non esistano e continuare a nascondere il fallimento sotto i tappeti rossi dei congressi medici.
Ma la biologia e la fisica non si piegano ai decreti governativi. Prima o poi, i conti tornano sempre.
Carlo Makhloufi Donelli
Nato a Villerupt (F) il 12.02.1956 – Studioso e Ricercatore in fisica quantistica applicata a biologia molecolare e neuroimmunologia – Membro del board di ricerca scientifica di diverse organizzazioni nazionali ed internazionali – Ideatore e Coordinatore del progetto EDIPO «Eliminazione isole di plastica oceaniche»
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