Non permetterò che vengano spezzate le Ali a mio figlio autistico

da | Gen 9, 2026 | Scuola, Attualità | 0 commenti

Riceviamo e pubblichiamo questa importante segnalazione: l’accorato appello di una mamma che mette l’accento sulla differenza tra l’inclusione come obiettivo ideale e una scuola che sia realmente inclusiva.

«Non permetterò che vengano spezzate le Ali a mio figlio autistico»

«Non permetterò che vengano spezzate le Ali a mio figlio. Non permetterò che vengano polverizzati anni di duro lavoro e impegno di tutta una famiglia, dell’Asl, di medici, professionisti, tutor, assistenti, terapisti, supervisori che da oltre 11 anni lo seguono con dedizione e metodo.»

La storia di Nicolò, 13 anni, “ragazzone autistico” che amava la scuola.

Nicolò ha 13 anni, una condizione autistica severa e una storia di inclusione costruita con fatica: frequentava 32 ore settimanali a scuola, ad indirizzo musicale, aveva ottimi voti e adorava le lezioni, la routine, i compagni.

Oggi, denuncia la madre Annarita Ruggiero, quella routine è crollata: «riesce a frequentare appena 12/14 ore a settimana se tutto va bene», la scuola è diventata un luogo avversivo, le crisi sono aumentate, il sonno è disturbato, le stereotipie si sono intensificate, come otto anni fa. «Per tutti è una ferita immane, una regressione gravissima, una sconfitta professionale e sociale.»

Un muro di gomma che fa regredire un ragazzo e ferisce una famiglia.

Nicolò non è un “caso”, è un ragazzo: ama viaggiare, pratica sport, giornalismo, attività sociali, è un artista apprezzato. La sua opera “Ali della stessa farfalla” porta un messaggio di speranza e inclusione, è stata a Sanremo e presto volerà fino a Parigi. «Non permetterò che gli vengano spezzate le Ali» scrive sua madre, trasformando un’opera d’arte in simbolo di un diritto tradito.
La madre racconta un sistema scolastico e burocratico che, invece di sostenere, blocca: «Siamo ingessati, paralizzati, impotenti dinanzi a un muro di gomma», mentre il figlio regredisce e l’equilibrio faticosamente costruito in anni di lavoro condiviso si sgretola giorno dopo giorno.
«Mentre la burocrazia farà il suo corso, Nicolò perde chance»: ogni settimana persa è un pezzo di autonomia, di serenità, di vita che si allontana.

Oltre i progetti di facciata: l’inclusione si fa ogni giorno, non solo nelle “giornate a tema”.

Nella sua lettera, Annarita ricorda che a scuola l’inclusione non si misura con i “progettini di sensibilizzazione” o le giornate a tema, ma con scelte concrete, quotidiane, fatte di ascolto, dialogo e soluzioni condivise.

Per anni, racconta, «con amore, metodo, dedizione si è sempre riusciti ad includerlo e a donargli esperienze uniche», grazie a persone aperte al confronto e alla ricerca di un equilibrio funzionale per tutti. Oggi, però, quello spirito sembra essersi spento: al suo posto, un contesto «ingessato», in cui prevalgono ostacoli culturali, pregiudizi, rigidità organizzative che «causano danni irreversibili a persone fragili e disabili, coinvolgendo intere famiglie».

«L’11 settembre 2025, per noi, non sono ricadute le torri: è crollata l’istituzione scolastica»

Il passaggio più duro della lettera è una ferita aperta: «Da quell’11 settembre 2025 per noi non sono ricadute le torri, ma è caduta l’istituzione scolastica».

In un solo giorno, una famiglia che continuava a credere nella scuola come presidio di diritti e crescita ha visto incrinarsi la fiducia in un sistema che dovrebbe proteggere, non respingere.
Eppure la madre non rinuncia a credere in una soluzione: chiede che «chi sa si attivi, chi conosce medi, chi deve risolva», perché ogni secondo, ogni ora, ogni mese che passa è «devastante per Nicolò» e per tutti i ragazzi come lui.

L’appello alle istituzioni: «Non spezzate le Ali ai nostri figli»

Con questa lettera aperta, Annarita non chiede privilegi, ma il rispetto di un diritto fondamentale: il diritto allo studio pieno, effettivo, non discriminato, per suo figlio e per «quanti, troppi, tanti come Nicolò» che oggi si scontrano con barriere invisibili ma durissime.

«Vogliamo continuare a crederci e trovare una soluzione urgente e tempestiva mentre la legge farà il suo corso» scrive, trasformando un grido di dolore in un appello al Paese intero: scuola, sanità, amministrazioni locali, politica, società civile.

Questa storia interpella le coscienze: non è solo la battaglia di una madre, è la domanda che una comunità intera deve rivolgere a se stessa – quanta strada manca perché nessun ragazzo autistico debba più vedere spezzate le proprie Ali a causa di burocrazia, indifferenza e ritardi.
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