PRESIDI ANCORA ATTIVI AL SUD. LA FORZA DELLE PROTESTE

da | Ott 23, 2026 | Senza categoria | 0 commenti

Quando il popolo ritrova la propria voce, il potere è costretto ad ascoltare.

In queste ore è difficile stabilire con precisione quanti siano ancora i presìdi attivi nel Sud Italia. Ma una cosa appare evidente: il clima che anima queste proteste va ben oltre le rivendicazioni dalle quali tutto è cominciato.

Si è partiti dalle difficoltà di alcune categorie di lavoratori, ma è bastato poco perché emergesse un malcontento ben più profondo, che attraversa l’intero Paese.

Una sanità che non riesce a garantire cure tempestive, trasporti inadeguati, una scuola in continua difficoltà, un costo della vita che divora salari e pensioni, un futuro che per milioni di persone appare sempre più incerto.

Una vera e propria polveriera sociale.

Quando le tensioni raggiungono questi livelli, la politica dovrebbe dimostrare la sua capacità migliore: ascoltare, comprendere, mediare e trovare soluzioni.

Invece assistiamo a dichiarazioni che rischiano di esasperare ulteriormente gli animi, mentre non mancano i tentativi di chi vorrebbe cavalcare il malcontento per intestarsi una protesta che nasce dalla società e non dalle segreterie dei partiti.

Il popolo non cerca padroni, né nuovi capipopolo, cerca risposte.

Ma ci sono anche due aspetti sui quali credo sia necessario riflettere, e che riguardano direttamente il nostro modo di intendere la partecipazione.

Il primo è quello di una parte della popolazione che sembra essersi convinta che la protesta possa consumarsi interamente sui social network, in una sorta di grande piazza digitale dalla quale dispensare consigli, suggerire strategie, incitare gli altri a resistere e a continuare.

Tutto legittimo, naturalmente, c’è però una differenza enorme tra commentare una protesta e parteciparvi.

I social possono amplificare una voce, ma non possono sostituire la presenza di chi quella voce decide di metterla al servizio di una causa.

Tra la piazza digitale e quella reale c’è di mezzo la nostra vita, quella dei nostri figli, il nostro lavoro, la nostra dignità e, la vita non si difende soltanto con un commento, una condivisione o un applauso virtuale.

La vita si difende anche mettendoci il corpo, la faccia, il tempo e assumendosi la responsabilità della propria presenza.

Il secondo aspetto riguarda invece quella parte della società che vorrebbe proteste talmente disciplinate, prevedibili e innocue da diventare semplici rappresentazioni del dissenso.

Manifestazioni che non disturbino nessuno, che non incidano sulla quotidianità, che non mettano in discussione alcun equilibrio e che, possibilmente, finiscano prima di diventare un problema per qualcuno.

Naturalmente il diritto di protestare deve convivere con i diritti degli altri e con il rispetto delle persone. Ma pretendere che ogni protesta sia completamente priva di conseguenze significa rischiare di svuotarla della sua funzione.

Una protesta non nasce per essere decorativa. Nasce perché qualcuno non viene ascoltato e ritiene necessario rendere visibile una condizione che altrimenti continuerebbe a essere ignorata.

Allora mi pongo una domanda: sono davvero più ingenui e sognatori quelli che scendono in strada per difendere il proprio futuro, oppure coloro che continuano a credere che tutto possa cambiare senza mai mettere in discussione modelli di rappresentanza che la storia e i fatti hanno già mostrato in tutta la loro insufficienza?

C’è poi un elemento di questi giorni sul quale credo sia necessario soffermarsi.

Nella fase iniziale, il Governo ha privilegiato una risposta improntata alla fermezza. Poi, di fronte al protrarsi delle mobilitazioni, sono emersi segnali di maggiore disponibilità al confronto.

Non sappiamo ancora quali risultati concreti arriveranno, ma questa dinamica suggerisce una riflessione importante.

La forza di una protesta non si misura soltanto dal numero delle persone che scendono in strada, ma dalla capacità di restare unite, di mantenere chiare le proprie richieste e di non lasciarsi dividere.

La sovranità popolare, sancita dall’articolo 1 della nostra Costituzione, non si esaurisce nel momento del voto. Vive anche nella partecipazione, nell’organizzazione collettiva, nella libertà di manifestare e nella capacità dei cittadini di chiedere conto delle scelte compiute da chi governa.

I diritti, del resto, non basta averli scritti sulla carta: bisogna poterli esercitare.

Ed è questa, a mio giudizio, la lezione più importante che possiamo trarre da quanto sta accadendo.

Un popolo diviso può essere ignorato. Un popolo che si riconosce, consapevole e determinato a far valere pacificamente i propri diritti diventa un interlocutore che nessuna istituzione democratica dovrebbe permettersi di trascurare.

Non sappiamo come finiranno queste proteste. Ma sappiamo che la partecipazione collettiva può cambiare i rapporti di forza e aprire spazi di confronto che sembravano impossibili.

Perché la sovranità appartiene al popolo. E non è una concessione del potere: è il fondamento stesso della nostra democrazia. Oggi per chi è a Napoli, ci vediamo alle ore 17, in piazza san Domenica Maggiore.

Ciro Silvestri

 

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