La febbre bellica sta tornando a salire nei salotti buoni d’Europa con la regolarità di un orologio svizzero, giusto il tempo di far coincidere qualche tornata elettorale strategica o l’ennesimo dibattito surreale sull’aumento dei bilanci militari. È francamente esilarante, se non fosse tragico, assistere a questo copione trito e ritrito: ogni volta che le urne si avvicinano in Germania, Polonia, Romania o Ungheria, o quando la Commissione Europea ha bisogno di giustificare qualche miliardo di euro speso in consultazioni opache, rispunta magicamente il pericolo russo pronto a divorarci la colazione.
Prendete il caso della Germania, dove l’establishment politico è riuscito a tirare fuori dal cilindro, guarda caso a pochi giorni dalle elezioni in Sassonia-Anhalt, la favoletta di un piccolo drone atterrato un mese prima in un aeroporto e bollato immediatamente come l’ennesimo atto di “guerra ibrida”. Nessuna prova, zero riscontri oggettivi, ma una sfilza di dichiarazioni indignate da parte dei soliti noti, pronti a stracciarsi le vesti per difendere il suolo europeo. E la ciliegina sulla torta? Il tentativo maldestro di usare questo spauracchio per delegittimare chi, come Alternative für Deutschland, continua a raccogliere consensi crescenti alla faccia delle etichette da “marionette di Mosca” affibbiate dai soliti geni della lampada al potere. Lo stesso identico copione, del resto, lo abbiamo visto in Romania, dove la magistratura allineata ai diktat comunitari non si è fatta alcuno scrupolo ad annullare un’intera elezione presidenziale urlando al fantomatico complotto siberiano.
Ma il vero spettacolo pirotecnico lo stanno dando i preparativi in vista delle elezioni americane e la spasmodica ricerca di un’escalation che metta le mani avanti contro qualsiasi tentativo di pace Oltreoceano. Mentre l’amministrazione a Washington prova a contenere i danni chiedendo di evitare il peggio, i nostri lungimiranti leader europei sembrano aver deciso che l’unica salvezza consista nel prepararsi a una bella conflagrazione generale. I ministri della Difesa distribuiscono manuali di sopravvivenza invitando i cittadini a fare scorta di scatolette e acqua minerale, si rispolverano piani di coscrizione che coinvolgono persino i pensionati fino a sessantacinque anni, e i quotidiani mainstream sfornano centinaia di articoli al giorno per spiegarci quanto sia imminente il grande botto.
La quadratura del cerchio l’ha offerta, con quel suo inconfondibile stile da dandy ottocentesco fuori dal mondo, l’ex ministro britannico Jacob Rees-Mogg, il quale candidamente ammonisce i sudditi britannici spiegando che è arrivato il momento di fare il proprio dovere, combattere e persino morire per salvare il Paese. Viene quasi da sorridere amaramente pensando al cortocircuito logico: le stesse istituzioni che da anni spalancano le porte a un flusso incontrollato di immigrazione illegale — arrivando a pubblicare opuscoli in cui si spiega cortesemente che non si dovrebbero stuprare donne e bambini, o assistendo impotenti al degrado delle metropoli e all’implosione dei servizi pubblici — adesso pretendono che il cittadino medio si immoli per difendere uno status quo che garantisce loro champagne e privilegi, mentre al resto della popolazione lascia solo bollette impossibili da pagare e scuole che insegnano ai figli a odiarsi ancor prima di capire il mondo.
La verità che nessuno ha il coraggio di pronunciare nei talk show televisivi è che la classe dirigente europea non sta difendendo la patria: sta difendendo il proprio fallimento. Di fronte a economie asfissiate da transizioni energetiche dogmatiche, a infrastrutture sociali al collasso e a una perdita totale di legittimità democratica, l’unica risorsa rimasta a questi signori è la militarizzazione della paura. Forse, prima di mandare a morire i giovani nelle trincee per una manciata di burocrati da Brussels, la vera domanda che i cittadini dovrebbero porsi non riguarda la geopolitica del Donbass, ma molto più semplicemente chi, tra i due contendenti, stia davvero distruggendo l’Europa dall’interno.
Carlo Makhloufi Donelli
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