Si è tenuto a Foligno l’11 luglio scorso un convegno organizzato dal Movimento UMANI sul tema CIELI BLU.
In questo intervento Ciro Silvestri affronta uno dei temi più delicati del nostro tempo: il rapporto tra geoingegneria, progresso tecnologico, libertà e dignità dell’essere umano.
Dal dominio della natura alla custodia del Creato
Ogni volta che una civiltà compie un grande salto tecnologico, prima o poi è costretta a fermarsi e a porsi una domanda: non cosa siamo capaci di fare, ma chi stiamo diventando.
Viviamo in un’epoca straordinaria, quella che io definisco l’epoca veloce, perché è sicuramente cambiata la percezione dello scorrere del tempo.
Una sola generazione ha visto trasformazioni che i nostri nonni non avrebbero neppure immaginato. Comunichiamo istantaneamente con l’altra parte del pianeta. Affidiamo decisioni alle macchine. Interveniamo sul patrimonio genetico. Pensiamo perfino di poter modificare processi naturali che fino a poco tempo fa ritenevamo appartenere esclusivamente all’ordine della natura.
Non provo paura davanti alla conoscenza. Sarebbe assurdo. La conoscenza è una delle espressioni più alte della dignità umana.
Quello che mi inquieta è un’altra cosa.
Mi inquieta il modo in cui stiamo cambiando il nostro sguardo.
Da bambino, ricordo che bastava alzare gli occhi verso il cielo per provare una sensazione che oggi faccio fatica a descrivere. Era meraviglia. Era la percezione di essere piccolo davanti a qualcosa di immensamente più grande. Non c’era alcun senso di inferiorità in quella piccolezza. Al contrario, c’era pace. C’era il conforto di sapere che il mondo non dipendeva da me.
Oggi ho l’impressione che quella sensazione stia scomparendo.
Abbiamo sostituito la meraviglia con il controllo.Ogni volta che incontriamo un limite, la prima domanda non è più ‘che cosa ci sta insegnando questo limite?’, ma ‘come possiamo eliminarlo?’.
È un cambiamento enorme.Per secoli l’uomo ha cercato di comprendere il Creato. Oggi rischia di sentirsi chiamato a riscriverlo.
E questa, a mio avviso, è la grande questione del nostro tempo.Da qualche anno, trascorro le vacanze estive sempre nello stesso posto, perchè mi dà la possibilità di ricollegarmi alle mie radici, e poi perché è un posto meraviglioso, sospeso tra mare e cielo, con una casa semplice che affaccia su un giardino panoramico, collegato ad un pezzetto di campagna, con alberi da frutta.
L’uomo che ha concepito quella casa, non l’ha realizzata per sé stesso, anche se l’ha vissuta appieno. Non ha ragionato da ‘padrone’ sfruttando ogni centimetro quadrato del posto, per trarne profitto, ma ha agito per preservare e curare quella bellezza, per sua figlia, alla quale, nel donare quel paradiso, ha semplicemente chiesto di prendersene cura. Non ho conosciuto quest’uomo, ma l’ho apprezzato e ogni volta che sono ospite in quella casa, mi comporto proprio come lui, mi prendo cura di quel dono come un bravo giardiniere, anche se capisco poco di botanica.
Mi basta però osservare per capire qual è il mio ruolo lì, e mi viene naturale legare una vite, che crescerebbe anche senza il mio aiuto, ma io ho imparato ad ascoltarle e loro mi hanno insegnato come accompagnarle. Mi piace dare l’acqua alle piante, rimuovere le sterpaglie e vi assicuro che è un piacere contribuire, anche se per poco, a preservare quel patrimonio di bellezza.
Dall’osservazione, si impara più che da un trattato di filosofia e noi dobbiamo sforzarci di accompagnare, non dominare. Custodire, non possedere.
Noi siamo passati, quasi senza accorgercene, dall’idea di abitare il mondo all’idea di amministrarlo. E, lentamente, dall’amministrarlo all’idea di esserne i proprietari.
Quando ti senti proprietario, tutto diventa disponibile. Quando ti senti custode, tutto diventa responsabilità.
Sono cresciuto con una cultura che mi ha insegnato una parola oggi quasi scomparsa: Creato.Oggi diciamo ambiente, ecosistema, pianeta, biosfera. Sono parole corrette e importanti. Ma la parola ‘Creato’ aggiunge qualcosa: ci ricorda che la realtà non nasce da noi, che arriviamo dentro una storia già iniziata e che il mondo lo abbiamo ricevuto in dono.
Ogni civiltà che ha dimenticato il senso del limite ha finito per trasformare il proprio progresso in una forma di autodistruzione. I Greci lo chiamavano hybris. La Bibbia racconta la Torre di Babele.
Ogni volta che il potere cresce più rapidamente della sapienza, la storia ci invita alla prudenza.
Ecco perché, ascoltando il dibattito sulla geoingegneria, continuo a tornare sempre alla stessa riflessione.
La questione non riguarda soltanto il clima. Riguarda l’uomo.
Se ci consideriamo padroni del mondo, ogni limite apparirà come un nemico.
Se ci consideriamo custodi del Creato, ogni nostra scoperta sarà accompagnata dall’umiltà e dalla consapevolezza che esistono equilibri infinitamente più complessi della nostra intelligenza.Essere creature non significa essere piccole. Significa essere libere dall’illusione dell’onnipotenza.
La vera scelta davanti alla quale si trova oggi l’umanità non è tra sviluppo e arretratezza, tra tecnologia e natura. Ma è decidere se vogliamo continuare a considerarci i proprietari del mondo o tornare a sentirci custodi.
Perché da questa risposta dipenderà non soltanto il futuro del clima. Dipenderà il futuro dell’uomo.
La differenza tra il padrone e il giardiniere è semplice. Il padrone pensa che tutto gli appartenga. Il giardiniere sa che il giardino esisterà anche dopo di lui. Per questo non lavora per sé, ma per chi verrà. Forse è questa la definizione più bella della nostra presenza sulla terra: non padroni del Creato, ma giardinieri del futuro.
Ciro Silvestri












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