LA NOSTRA MISSION
Tutelare il lavoro e difendere l’Umanità e la Dignità dei Lavoratori
Il lavoro, in quanto istituto fondante di una società, a seconda da quale punto di vista venga osservato, si presta a diverse considerazioni.
È sicuramente un elemento centrale dell’economia di una Paese, ma ancor di più è una forma di partecipazione attiva alla strutturazione dello stesso.
Visto da una prospettiva legata alla persona, il lavoro deve essere lo strumento primario di realizzazione personale, oltre che dover essere la via per l’autodeterminazione dell’individuo e quindi utile alla salvaguardia della dignità dell’essere umano.
La nostra Costituzione, all’ articolo 1, alla base di tutto l’impianto costituzionale, tra i princìpi costituzionali, in posizione estremamente solenne, recita:
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Non potrebbe essere più evidente la volontà dei padri costituenti di legare il concetto del lavoro al cittadino-lavoratore, in quanto fulcro del corpo sovrano della Repubblica. Il lavoratore difatti non è avulso dalla società, perché oltre ad essere un riferimento centrale dell’economia è, contemporaneamente, cittadino, elettore, padre, madre, quindi espressione completa della società.
Purtroppo nel tempo questo legame così forte e pregnante è stato progressivamente abbandonato, e si è fatto strada un concetto di lavoro slegato da una visione antropocentrica e per così dire umanistica, per fare posto ad una visione puramente economica e utilitaristica del lavoro.
Tale visione, alla luce del progresso tecnologico e della globalizzazione, mette inevitabilmente in secondo piano l’uomo e il disastro a cui stiamo assistendo è precisamente la conseguenza di questo orientamento.
L’uomo è legato al lavoro in quanto strumento di realizzazione sociale ed economica, ma quando il lavoro diviene preda di una concezione totalmente utilitaristica, legata esclusivamente all’utile dei cosiddetti “mercati”, allora è evidente che lo strumento diventa l’uomo e non più il lavoro. L’uomo- strumento, in realtà sembrerebbe quasi un eufemismo, perché le forme del lavoro moderno spesso rasentano il concetto di servitù.
Le molteplici quanto bizzarre forme di somministrazione, la precarizzazione e la scarsità di offerta stravolgono totalmente il concetto di lavoro, ed è inevitabile la sottoccupazione e la disoccupazione.
L’istituzione di forme alternative di lavoro come la DAD o il lavoro agile, non fanno altro che indebolire e destrutturare la comunità dei lavoratori. Certo sono state di aiuto nella pandemia, ma non possono sostituire nella normalità le forme tradizionali, perché produrrebbero nuove esclusioni e povertà.
Gradualmente il neoliberismo ci ha convinti che la piena occupazione è una utopia irrealizzabile e questa idea, in sé stessa, è la negazione radicale del primo articolo della nostra Costituzione. In tal senso, il liberismo è in opposizione concettuale, diretta e frontale con le libertà democratiche e con l’idea stessa di dignità umana.
Se avessimo avuto un mercato capace di produrre una offerta di lavoro superiore alla domanda, pensate che un lavoratore si sarebbe sottoposto alle misure di controllo come il Green Pass o l’obbligo sanitario? Tali misure, non sarebbero state nemmeno ipotizzabili, perché sarebbe mancato il presupposto per il ricatto.
Il lavoro deve essere strumento di emancipazione dell’uomo e non di emarginazione come oggi impone la struttura del mercato.
L’adeguata remunerazione delle prestazioni lavorative ancora oggi rappresenta il fulcro della discriminazione e della marginalizzazione.
Tante attività lavorative sono ritenute erroneamente secondarie e non strategiche e probabilmente il fondamento è veritiero, ma nel momento in cui assecondiamo i mercati nel sottopagarle offendiamo in modo inaccettabile la dignità del lavoro.
Cosicché, abbandonare questa visione umanistica del lavoro significa mettere in gioco uno degli elementi portanti della civiltà moderna e di secoli di lotte per l’emancipazione.
Degli oltre 200 milioni di euro del PNRR oltre 50 Ml saranno destinati alla digitalizzazione: detto così può sembrare anche un dato positivo per la risoluzione di lentezze ataviche del nostro sistema sociale. Tuttavia, qualcuno si è chiesto quale sarà l’impatto sul mondo del lavoro per l’orientamento così fortemente spinto verso quello che possiamo agevolmente definire una dimensione transumanista?
Chi ha interesse a favorire questa evoluzione – cioè le mega-imprese transnazionali che ormai dominano il mercato globale – questa domanda con tutta evidenza se l’è posta, e risulta evidente che punta a una società debole, quasi inesistente, dai legami molto allentati, perché una società privata di contenuti umani è una società totalmente controllabile e priva di diritti.
Il vero problema non è che alcuni si sentono al di sopra della specie umana, ma che gran parte di coloro che si propongono come difensori del diritto umano assistono a queste derive senza proferire parola e talvolta rendendosi anche complici.
La politica sta diventando sempre più marginale nelle forme di governo, e almeno nel nostro Paese è evidente che ha perso il proprio ruolo di indirizzo e di regolazione della società. Solo così si spiega l’appiattimento delle assemblee degli eletti dal popolo a volontà che nulla hanno a che vedere con gli interessi popolari.
Lo sdoganamento di populismo a buon mercato ha reso accessibili le istituzioni ad una classe politica poco rappresentativa della società, ma espressione del malcontento “di pancia”, quasi pre-politico, tipico dei cambiamenti sociali, che insieme alla propensione dei politici di professione, inclini al mantenimento dei privilegi dello status, hanno determinato lo svuotamento dei contenuti democratici delle nostre istituzioni.
Il nostro sindacato, in qualità di difensore della dignità del lavoro e dei lavoratori e quindi della base sociale sulla quale si fonda la nostra Repubblica, rivolge un invito a quei politici che hanno compreso la delicatezza del momento:
<<Adoperatevi per recuperare il concetto di sovranità popolare perché solo cosi renderete onore al mandato che vi è stato conferito.
Lo state già facendo in queste fasi delicate, ma oggi è ancora più importante che riusciate a coinvolgere i vostri colleghi, che se non saranno recuperati alla consapevolezza piena della gravità eccezionale del momento storico che attraversiamo, resteranno imbrigliati nel tritacarne del sistema e ne usciranno con la doppia delusione di rappresentare nel contempo gli espulsi dal sistema perché ritenuti inutili e saranno comunque visti come traditori degli interessi popolari>>.
Siamo consapevoli che il compito del sindacato oggi, forse è ancora più arduo, perché il principio di sovranità risiede già nel suo concetto istitutivo, posto che il sindacato altro non è, in ultima istanza, che la forma primigenia di rappresentanza dei lavoratori, che si uniscono in un impegno comune di tutela della Giustizia.
Non riusciremo mai a capire come sia stato possibile che dei lavoratori abbiano tradito altri lavoratori.
Davanti ai nostri occhi la celebre scena della mano sulla spalla posta da Draghi ai Landini dopo i fatti del 9 ottobre, che nella sua grafica immagine di superiorità, ha segnato, a nostro parere, l’ufficializzazione dell’abbandono di migliaia di lavoratori alla mercé delle nuove e per certi aspetti vecchissime regole imposte dal cosiddetto Mercato. Una immagine che ci ricorda il comandante Schettino che, pur consapevole dell’imminente disastro, decide di abbandonare la nave al suo triste destino.
Dopo poco più di 50 anni di storia della Legge 300/70, nata per assicurare diritti ai lavoratori, solo ipotizzarne delle revisioni, è un’offesa alla dignità del lavoro e dei lavoratori. La dignità è l’aspetto fondamentale della questione lavoro.
Come si può pensare che il semplice ristoro economico possa compensare l’offesa della negazione di un diritto?! Il diritto non può essere oggetto di negoziazione, né essere soggetto ad autorizzazioni, altrimenti la partita è persa in partenza, senza essere nemmeno giocata.
L’indicizzazione dei salari deve diventare una priorità per tutti i lavoratori, non può e deve essere oggetto di negoziazione al ribasso.
La dignità passa attraverso scelte coraggiose che devono ridare speranza a tutti quei lavoratori che oggi si vedono discriminati ed emarginati.
Non ci sono ricette magiche da seguire, se non quella del buon senso e del rispetto dell’uomo.
Aver confuso l’ineluttabile globalizzazione con il globalismo è stato un errore fatale, che ha scaricato sull’ uomo, e non sui “mercati”, tutte le conseguenze negative di tale confusione.
E’ arrivato il momento di mettere un argine a questa deriva e di invertire questa tendenza, apparentemente inesorabile, alla trasformazione dell’essere umano in strumento al servizio del lavoro, e non viceversa.
Non pensiamo di essere più bravi o migliori degli altri, pensiamo semplicemente che i lavoratori siano ancora una risorsa, ed il concorso allo stato sociale del Paese si realizza attraverso il contributo degli uomini ‘lavoratori’.
Politica e sindacato hanno ancora tanto da dire e da fare per il progresso dell’umanità e non possiamo arrenderci a élites sovranazionali apolidi, decise a fare a meno dell’umano.
Il 4 marzo scorso il sole 24 ore titolava: <<Entro l’anno al via IDplay, piattaforma digitale per l’erogazione dei bonus>>. L’allegro annuncio è stato dato dal ministro della innovazione Colao, che trionfalmente ha dichiarato che nei prossimi anni sarà questa la piattaforma attraverso la quale il Governo erogherà i benefici sociali.
In buona sostanza, il Governo non sarà chiamato ad assicurare diritti, grazie all’azione dei due rami del Parlamento, ma a concedere dei benefici.
Non è questo il Paese che vogliamo, ma è tempo di smettere di dircelo tra noi e di iniziare a promuovere azioni concrete.