R.E.A. è soltanto l’inizio: l’intelligenza artificiale può cambiare il mercato del lavoro e mettere addirittura alla prova i governi.
Sono di ritorno da un incontro tenuto a Ginevra con alcuni protagonisti dei software più diffusi al mondo, e abbiamo parlato di R.E.A. (Reverse Engineering Anything).
Gli strumenti di AI capaci di analizzare software e contribuire a sviluppare alternative mostrano quanto velocemente si stiano abbassando le barriere tecnologiche. Ma la trasformazione potrebbe andare ben oltre Microsoft e Adobe: a rischiare sono anche gli equilibri del lavoro, la sopravvivenza di molte PMI e la capacità degli Stati di governare il cambiamento.
Una nuova capacità, un problema più grande
Per decenni, realizzare software complessi ha richiesto competenze specialistiche, investimenti e tempi di sviluppo considerevoli. Questa barriera ha contribuito a consolidare il potere di aziende come Microsoft e Adobe, capaci di costruire attività miliardarie intorno a programmi, licenze, abbonamenti e servizi professionali.
Oggi, però, l’intelligenza artificiale sta riducendo alcune delle difficoltà che rendevano questo mercato accessibile soprattutto a organizzazioni dotate di risorse importanti.
Un esempio è R.E.A., acronimo di Reverse Engineer Anything, un progetto open source che collega agenti di intelligenza artificiale a strumenti per analizzare applicazioni, siti web e altri componenti informatici. I risultati possono aiutare a comprendere il funzionamento di un software e a sviluppare possibili implementazioni alternative.
R.E.A. non è una macchina che clona automaticamente qualsiasi programma. È uno strumento che può rendere più accessibili determinate attività di analisi, all’interno di un processo che richiede comunque competenze, verifiche e attenzione ai limiti tecnici e legali.
Accanto a questa iniziativa esistono progetti distinti, come ArtCraft, che puntano a sviluppare alternative open source ad alcuni strumenti commerciali. Non risulta dimostrato che ArtCraft sia stato realizzato utilizzando R.E.A., ma entrambi contribuiscono a illustrare una trasformazione più ampia.
Il punto decisivo è che R.E.A. non rappresenta necessariamente una rivoluzione isolata: è una delle capacità che possono emergere dall’incontro fra AI, automazione e sviluppo software.
E c’è motivo di pensare che le prossime capacità non si fermeranno qui.
Il lavoro: non scompariranno tutti i posti, ma nessuno può ignorare il rischio
Quando si parla di intelligenza artificiale, il dibattito tende a dividersi fra due posizioni: chi prevede la sostituzione generalizzata dei lavoratori e chi sostiene che la tecnologia creerà nuove opportunità senza produrre conseguenze particolarmente traumatiche.
La realtà, almeno per quanto indicano le ricerche disponibili, è più articolata.
Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, circa un’occupazione su quattro nel mondo presenta un certo grado di esposizione all’intelligenza artificiale generativa. Lo studio pubblicato nel maggio 2025 sottolinea, tuttavia, che la trasformazione delle mansioni è generalmente più probabile della completa scomparsa delle professioni.
Link:
https://www.ilo.org/publications/generative-ai-and-jobs-2025-update
Fonte: “ILO, Generative AI and Jobs: A 2025 Update”.
Ma trasformare un mestiere può avere conseguenze profonde anche senza cancellarlo.
Un’azienda potrebbe aver bisogno di meno persone per svolgere le stesse attività. Potrebbe ridurre le nuove assunzioni, affidare a un solo dipendente compiti prima distribuiti fra più colleghi oppure pretendere livelli di produttività sempre più elevati.
Il problema riguarda quindi non soltanto chi perderà il lavoro, ma anche chi continuerà a lavorare in condizioni differenti: con salari sotto pressione, maggiori responsabilità, controlli automatizzati e minore potere contrattuale.
Il 13 ottobre 2026, il capo economista della Banca centrale europea Philip Lane ha richiamato proprio il rischio che l’AI indebolisca il potere negoziale dei lavoratori e freni la crescita dei salari. Si tratta di un rischio segnalato, non della prova che una simile dinamica si sia già realizzata ovunque.
https://www.reuters.com/business/ai-limiting-european-workers-bargaining-power-ecbs-lane-says-2026-10-13/
Fonte: Reuters, 13 ottobre 2026.
La questione diventa particolarmente delicata per i giovani che devono entrare nel mercato del lavoro. Se alcune attività iniziali — quelle attraverso cui si acquisiscono esperienza e competenze — verranno automatizzate, come potranno i nuovi lavoratori costruire la propria professionalità?
La risposta non può limitarsi all’invito a imparare a usare l’AI. Serviranno formazione accessibile, percorsi di riqualificazione, tutele durante le transizioni e un confronto reale fra imprese, lavoratori e istituzioni.
Le PMI: un’opportunità enorme, ma non per tutti
Per le piccole e medie imprese, l’intelligenza artificiale può rappresentare una straordinaria opportunità. Un’impresa con pochi dipendenti potrebbe automatizzare parte della contabilità, migliorare l’assistenza ai clienti, analizzare dati, produrre contenuti, sviluppare strumenti digitali su misura e competere in mercati prima difficilmente accessibili.
Anche la possibilità di realizzare applicazioni alternative a costi inferiori potrebbe ridurre alcune dipendenze dai fornitori tradizionali.
Ma esiste un secondo lato della medaglia.
Una PMI non dispone necessariamente del personale, del tempo e delle risorse economiche necessari per scegliere gli strumenti giusti, integrare sistemi differenti, proteggere i dati e controllare i risultati. Un errore automatizzato può propagarsi rapidamente; un servizio apparentemente economico può generare costi nascosti di manutenzione, sicurezza e dipendenza tecnologica.
Un rapporto OCSE pubblicato nell’aprile 2026 rileva che l’adozione dell’AI nelle PMI è in crescita, ma che l’integrazione strategica e sicura rimane disomogenea. Fra gli ostacoli figurano proprio la mancanza di competenze, il tempo necessario per implementare le soluzioni e i costi di gestione.
Link:
https://doi.org/10.1787/bf5a9816-en
Fonte: OCSE, Empowering SMEs in the Age of AI.
Il rischio è che si apra una nuova distanza competitiva: da una parte, le imprese capaci di utilizzare l’AI per migliorare produttività e servizi; dall’altra, quelle che non riescono a investire o a comprendere come adottarla.
Per evitare che la rivoluzione favorisca soltanto le aziende più grandi, servono programmi concreti per le PMI: formazione, consulenza indipendente, accesso a strumenti affidabili, sostegno agli investimenti e regole comprensibili. Non basta annunciare incentivi: occorre fare in modo che le imprese più piccole possano utilizzarli davvero.
I governi rischiano di inseguire il cambiamento
L’intelligenza artificiale pone agli Stati una questione che va oltre la regolamentazione tecnologica: come mantenere in equilibrio un sistema economico nel quale la produzione può aumentare mentre diminuisce il bisogno di alcune forme di lavoro umano?
Se le imprese riusciranno a produrre di più con meno personale, i benefici potrebbero tradursi in nuovi investimenti, prezzi inferiori e salari più alti. Ma potrebbero anche concentrarsi nei proprietari delle tecnologie e nei soggetti che controllano infrastrutture, dati e capitali.
Nel secondo caso, gli Stati potrebbero trovarsi davanti a una contraddizione: un’economia capace di generare ricchezza, ma con una parte crescente della popolazione esclusa dai suoi benefici. E se diminuissero occupazione o salari, potrebbero risentirne anche i consumi e le entrate fiscali legate al lavoro.
Non è uno scenario inevitabile. È però una possibilità che i governi dovrebbero affrontare prima che diventi una crisi.
Le politiche pubbliche dovranno probabilmente evolvere su più fronti: monitoraggio degli effetti sull’occupazione, formazione permanente, sostegno alle imprese, protezione dei dati, trasparenza nell’uso degli algoritmi e adeguamento dei sistemi fiscali e di welfare.
In prospettiva, si dovrà anche discutere di come distribuire una quota dei vantaggi della produttività tecnologica. Il reddito universale è una delle ipotesi, ma non l’unica: si possono immaginare anche strumenti di sostegno al reddito, riduzioni dell’orario di lavoro, servizi pubblici più accessibili e meccanismi che favoriscano la partecipazione dei lavoratori ai benefici ottenuti.
La scelta non è soltanto economica. È politica: riguarda il tipo di società che intendiamo costruire.
La prossima rivoluzione potrebbe arrivare prima delle risposte
La vicenda di R.E.A. mostra come una nuova capacità tecnica possa ridurre alcune barriere all’analisi e allo sviluppo del software. Ma il cambiamento non si esaurisce in questo settore.
L’AI sta avanzando anche nella produzione di testi, immagini, video, analisi, assistenza e attività amministrative. Le capacità future non sono tutte prevedibili, così come non è possibile stabilire con certezza tempi e dimensioni delle conseguenze occupazionali.
È proprio questa incertezza a rendere necessaria la preparazione.
Le imprese dovrebbero valutare quali attività automatizzare senza trascurare sicurezza e qualità. I lavoratori dovrebbero poter accedere alla formazione durante l’orario di lavoro e senza dover sostenere individualmente tutto il costo della transizione. Le PMI dovrebbero ricevere strumenti e supporto adeguati. I governi, infine, dovrebbero evitare sia il blocco indiscriminato dell’innovazione sia l’idea che il mercato risolverà automaticamente ogni problema.
La vera domanda non è se l’intelligenza artificiale cambierà il mondo del lavoro. È chi avrà il tempo, le risorse e il potere per adattarsi — e chi rischierà di pagare il prezzo del cambiamento.
R.E.A. è soltanto un tassello di un processo molto più vasto. Se altre capacità continueranno a emergere, la sfida dei prossimi anni non sarà semplicemente imparare a usare nuove tecnologie, ma impedire che la crescita della produttività si trasformi in una crescita delle disuguaglianze.
Perché una società non si giudica soltanto da quanto riesce a produrre, ma anche da come distribuisce le opportunità, protegge chi attraversa una transizione e consente alle persone di vivere dignitosamente.
La tecnologia può rendere possibile una nuova prosperità. Ma trasformare questa possibilità in un beneficio collettivo non sarà un compito delle macchine: sarà una responsabilità degli esseri umani, delle imprese e dei governi.
Carlo Makhloufi Donelli
linktr.ee/cdonelli
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