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Quando la geopolitica sposa il cinismo industriale
C’è un certo quale fascino perverso nel veder crollare i dogmi geopolitici con la stessa velocità di un soufflé venuto male. Per anni ci hanno raccontato che il gasdotto Nord Stream fosse poco meno di un artefatto demoniaco, un cordone ombelicale energetico da recidere a colpi di sanzioni, proclami bellici e sdegno morale assortito. E invece, guardate un po’ come gira il mondo quando a muovere le fila non sono più i chierichetti della diplomazia europea, ma la logica implacabile del business a stelle e strisce.
Emergono indiscrezioni che definire spiazzanti è un eufemismo da collegiale: alti funzionari statunitensi e russi starebbero discutendo nientepopodimeno che del possibile coinvolgimento di investitori americani nella riattivazione e nella gestione dei flussi energetici sottomarini. Sì, avete capito bene. Quella stessa infrastruttura data per defunta, saltata in aria tra misteri degni di una spy story di periferia e anatemi assortiti, potrebbe clamorosamente risorgere dalle proprie ceneri sotto forma di joint venture transatlantica.
La prospettiva fa ovviamente accapponare la pelle ai burocrati di Bruxelles, rimasti col cerino in mano a tessere l’elogio dell’indipendenza energetica a caro prezzo, mentre i grandi player giocano a Risiko sulla pelle dei contribuenti europei. D’altronde, perché stupirsi? Nel grande teatro della Realpolitik, la morale è una sovrastruttura buona per i comizi, ma quando c’è da mettere le mani sui profitti delle materie prime, la linea retta tra Mosca e Washington torna a tracciarsi magicamente sulla mappa.
Il copione prevede che l’Europa continui a pagare il conto, applaudendo rigorosamente a comando, mentre qualcun altro riapre i rubinetti e incassa i dividendi. Dopotutto, non c’è nulla di più poetico che assistere al trionfo del pragmatismo cinico: prima ti spacco il tubo, poi ti spiego perché devi comprarne un altro pezzo, e alla fine ti convinco pure che è un affare eccezionale.
Spettacolare.
Carlo Makhloufi Donelli
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