BLACKOUT INFORMATICO UNIVERSITÀ SAPIENZA

da | Feb 3, 2026 | Attualità | 0 commenti

Da lunedì 2 febbraio l’università La Sapienza di Roma, la più importante della capitale è la più grande d’Europa, se riesco è in blackout informatico.

Le attività sono paralizzate.

Come al solito i grandi mezzi di propaganda stanno diffondendo la tesi di hacker russi, i quali avrebbero preso di mira questo fondamentale nodo strategico della sicurezza atlantica.

La carnevalata sugli hacker russi maschera la realtà di un sistema tanto pericoloso quanto fragile, ovvero la totale digitalizzazione dei rapporti sociali.

Gli strumenti digitali portano grandi vantaggi in termini di capacità gestionale e produttiva, e possono rappresentare un vantaggio per la qualità della vita, ma a una condizione di non costituire in alcun modo un obbligo, né di diritto né di fatto.

In tutti i campi della vita sociale e civile occorre lasciar spazio alla piena agibilità dei diritti costituzionali al di fuori della rete informatica: la tecnologia deve essere un diritto, non un dovere; altrimenti andremo a infilarci, come topolini obbedienti, nella trappola di una gabbia digitale senza uscita, senza diritti, senza scelta, senza coscienza, senza vita.

In particolare nei luoghi in cui si pratica la conoscenza, come le scuole e le università, la tecnologia digitale deve affiancare le relazioni umane, mettersi al loro servizio, senza in costituirne uno strumento obbligatorio che trasforma diritti inalienabili in concessioni condizionate, proseguendo il degrado giuridico introdotto con il Green Pass.

Se questo vale per i luoghi della conoscenza, non di meno vale a livello strategico e militare, e nella società civile.

A livello militare ci basti l’esempio di Stanislav Petrov, che nel 1983 ha evitato di scatenare la guerra nucleare globale, mettendo in dubbio quello che appariva sui suoi radar: in tal caso l’uscita di sicurezza è stata la decisione umana, seppur così fragile e fallibile.

A livello della vita civile è celebre l’episodio del Titanic nel 1912: la nave era considerata inaffondabile, e quindi non aveva abbastanza scialuppe di salvataggio per tutti. La nave affondò, i morti furono circa 1500 su 2200 passeggeri.

La sicurezza è un costo aggiuntivo; anche i diritti sono un costo per la società, ma in epoca moderna lo Stato giustifica il proprio potere anzitutto sul diritto alla sicurezza dei suoi membri.

Il mondo analogico ha i suoi costi, le sue lentezze, le sue fragilità, ma costituisce un dispositivo di sicurezza, potremmo dire una uscita di sicurezza, di cui l’edificio sociale deve dotarsi, segnalandola e insegnando ai cittadini come usarla.

Prevedibilmente, attraverso lo spauracchio degli hacker russi, l’università La Sapienza di Roma imboccherà la solita strada: spendere più denaro per aumentare la sicurezza informatica, insistendo sulla via della digitalizzazione totale.

Si tratterebbe di una risposta analoga alla corsa agli armamenti: più spesa, più armi, meno diritti.

Piuttosto, nel nome della sicurezza, occorre investire almeno altrettanta energia, almeno altrettanta attenzione, almeno altrettanto denaro, sulle vie d’uscita analogiche, sul diritto ad avere diritti al di fuori della condizionalità tecnologica.

Occorre investire sulle relazioni materiali, sull’umanità di Stanislav Petrov e di ciascuno di noi.

Se non ci lasceremo aperte e ben funzionanti queste uscite di sicurezza verso il mondo analogico-materiale, allora non ci resterà che imprecare, chiusi e disattivati Titanic Digitale, contro hacker russi che non esistono.

Colpa nostra, siamo noi che dormiamo, noi che russiamo.

 

Davide Tutino

Ciro Silvestri

 

comunicato BLACKOUT INFORMATICO UNIVERSITÀ SAPIENZA

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