Pubblichiamo con piacere questa interessante riflessione di una nostra iscritta.
È meglio combattere prima con le parole affinché non si debba poi farlo con le armi.
Mi è capitato abbastanza spesso nella vita, e anche ultimamente, che qualcuno mi dicesse che sono “una persona polemica”. Questa osservazione, che normalmente arriva nel bel mezzo di una animata conversazione o di un dialogo su punti di vista divergenti, ogni volta provoca in me una piccola ferita, una sopportabile lacerazione come una ragade su un dito. Mi fa anche un po’ arrabbiare perché mi chiedo come mai io non riesca a far passare l’idea per cui il mio argomentare non sia una sterile polemica fine a se stessa e che non mi induca alcun piacere; al contrario, è invece per me molto faticoso, quando non persino penoso.
Ho notato però che chi formula questo tipo di giudizio lo fa normalmente quando non ha più argomentazioni a sostegno della propria tesi, scelta o atteggiamento e, non sapendo cosa dire, chiude il dialogo ributtando sull’altro la responsabilità di quella chiusura (“tu sei colpevole di essere polemico, dunque mi metti nella condizione di chiudere”). Di solito, inoltre, chi fa questo si trova in una condizione di superiorità gerarchica o comunque nella condizione di esercitare un potere o un’autorità, magari minima, sull’interlocutore stesso, per cui approfitta di quel ruolo per evitare un confronto che lo sta mettendo in difficoltà.
Il termine “polemica”, tuttavia, nella sua accezione originale dal greco “polemos” significa “guerra”, “battaglia” e passando poi per il francese “polémique” indica “una guerra di parole”. Polemico dunque è chi porta avanti con tenacia una idea, un valore, un concetto che ritiene di particolare rilevanza e degno di essere difeso. Permettendo che ci azzittiscano, invece, permettiamo anche che quell’idea o quel valore vengano uccisi. Diventiamo complici di un silenzio colpevole e sterile, un buco nero che non ci propone nuovi valori ma inghiottisce quelli in cui crediamo.
Di fronte a ciò che sentiamo sbagliato abbiamo infatti il dovere di intervenire, o perché ci convincano del contrario, o perché, sentendolo sempre più sbagliato, possiamo agire coerentemente con i nostri valori.
Proprio ieri, mentre guardavo il film “Norimberga” di James Vanderbilt, mi soffermavo sulle parole del giovane soldato ebreo-tedesco che, riferendosi agli orrori perpetrati dai nazisti, dice “glielo abbiamo lasciato fare”. Io credo allora che essere polemici sia la risposta a quel soldato: per non lasciarglielo fare dobbiamo prima lasciarglielo dire, esplicitare, e poi esigere che anche a noi sia lasciato dire e contrastare. Il silenzio, ieri come oggi, non è innocuo solo perché non possiamo sentirlo. Questa è una scusa che ci inventiamo per giustificare la nostra assenza e rendere sopportabile le nostre mancanze. Ogni parola mancata che avremmo dovuto dire è un’eco sorda che amplifica le nostre responsabilità.
Sempre in “Norimberga”, il medico psichiatra che ha il compito di sondare la mente di Gӧring arriva alla conclusione che i nazisti hanno di particolare che “non hanno nulla di particolare”, sono cioè esseri umani normali. E aggiunge che il male non indossa necessariamente una divisa; dovremmo quindi imparare a stanarlo intorno a noi, in ogni epoca, al di là della ideologia politica, della razza, della religione, della condizione economica e quant’altro. Dice anche, però, che un elemento in comune agli uomini processati a Norimberga era un accentuato narcisismo unito all’esercizio del bramato potere. Due ingredienti che, insieme, rendono l’uomo malato e lo portano a un delirio di onnipotenza che può diventare mostruoso.
Cosa c’entra tutto questo con l’essere polemico? C’entra perché ogni volta che “siamo polemici” stiamo probabilmente facendo qualcosa affinché non si dica poi di noi “gliel’hanno lasciato fare”. Questo tipo di combattimento argomentativo, la polemica, è faticoso perché richiede studio e conoscenze, implica umiltà, cioè la consapevolezza di potersi sbagliare, e il coraggio di affrontare la derisione di chi non capisce.
E tuttavia è per me eticamente irrinunciabile. Sono quindi giunta alla conclusione che la prossima volta che un interlocutore qualsiasi mi dirà “lei è polemica” pur di chiudere la conversazione, saprò fare di quella ragade una piccola cicatrice per ricordarmi anche in futuro chi sono e chi vorrò essere.
E tu, glielo hai lasciato fare?
Chiara Tazzini
Tristes armas
si no son las palabras.
Tristes. Tristes.
(Miguel Hernández)














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